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 Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: mellwen 
Data:   26-03-04 19:34

Ciao!
La sett. Scorsa qlk1 ha kiesto xk le streghe sn associate ad animali cn le corna.
Dato k nn so ki aveva qsta curiosità in particolare ho deciso di rispondere attraverso il forum…. Magari interessa ank a qlk1 altro.

Nel mondo delle religioni pagane esisteva 1 dialogo continuo tra ciò k era umano e il divino. X agevolare i credenti nel loro interagire con le divinità, esistevano diversi intermediari: maghe, sacerdotesse, indovine, streghe…tt figure, qste legate ai culti della natura, della fertilità etc.
Nnostante l’avvento del cristianesimo questi riti nn cessano, in particolare qlli legati al culto del dio preistorico “Horned God†(dio cornuto).
L’immagine + antica di questa divinità risale al paleolitico: 1 uomo, ricoperto d pelle d cervo, cn in capo delle corna ramificate.
Per impedire qsti tipi d celebrazioni la Chiesa, comincia ad associare tt i riti pagani cn riti demoniaci e cn la fig. del demonio( +/- anno 1000).
L’adorazione fittizia del dio cornuto, culto reale ma al tempo stesso simbolico ( culto della natura, riti x la fertilità dei campi, delle coppie, etc…Durante la celebrazione del rito c’era la presenza d 1 maestro d cerimonia ricoperto di pelli di cervo o capra) viene associata così all’adorazione d Satana k poi nell’immaginario collettivo assume le sembianze di 1 animale cornuto, cn zampe sottili, gli zoccoli etc. etc.

Spero +/- d aver soddisfatto la curiosità… se così nn fosse :bryo8: ... spero d fare meglio la prossima volta :bryo2)

Bacioni
Mel




 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Helwa 
Data:   26-03-04 19:42

Io lo so se mi dai tempo lunedì prelevo la parte dal libro che sto impaginando!!!!!!
Ci sono tutte le credenze popolari sul malocchio e la fede la magia popolare gli scaccia invidia ecc.!!!!!!
Dammi lunedì e ti do tutto!!!!!

Bacionissimi

Helwa

:smack) :smack) :D :D :smack) :smack) :D :D :smack) :smack) :D :D


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Coral 
Data:   26-03-04 20:51

uao e stra uao!!!come si kiama il tuo libro???:p :p :p
Coral




 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: mellwen 
Data:   26-03-04 21:19

Se a qlk1 interessa le informazioni k ho trovato io sn tratte da 1 libro molto bello k si intitola

"Le streghe" di Vanna De Angelis delle edizioni PIEMME POCKET

...intanto attendo le info di Helwa con impazienza...

baci baci

:bryo10)


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: LUCE 
Data:   27-03-04 17:17

lo conosco il libro....lo devo comprare,anke se l'ho gia letto...:sun) ....se t'interessa mellwen, e se nn cel'hai, c'e` un'altro libro interessante sull'inquisizione che magari hai gia....cmq e`sempre di Vanna De Angelis e s'intitola "il libro nero della caccia alle streghe" ti fa davvero aprire gli occhi + di quanto uno possa gia averli aperti...... 8) che giuoko di parole!!:D


baci LUCE :bryo10)


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: ^_Shirina_^ 
Data:   27-03-04 21:02

ma wow!
...anzi ....ma wooooooooooow!
...haha...la domanda l'avevo fatta io...
...non avevo capito di aver destato tanto interesse...
...sinceramente era tutto il giorno che mi ci scervellavo e l'ho fatta in chat... :) ...grazie per la risposta...
hehe...mi è piaciuta questa cosa... muack ^_Shirina_^


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Walter Kir 
Data:   27-03-04 21:33

Xchè le streghe sono associate alle corna? Evidentemente sono mogli infedeli!!


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Hamelin 
Data:   28-03-04 00:45

Credo che la connessione delle streghe con gli animali cornuti abbia davvero origini molto complesse: oltre alle interessanti indicazioni fornite da Mellwen (grazie!:)) sulle divinità cornute (la cui forma più diffusa, Cernunnos, era ampiamente adorata anche nell'Italia celtica) aggiungerei un paio di ipotesi-suggerimenti personali... e in quanto tali tutti da dimostrare.
Erodoto racconta di un culto diffuso nella città egizia di Mendes che aveva al suo centro un caprone; a questo animale venivano tributati riti le cui caratteristiche ricorreranno anche in alcune narrazioni del Sabba delle streghe. E nel Sabba, come si sa, l'Avversario appariva prevalentemente in forma di caprone.
Inoltre, due composizioni nate nella Grecia arcaica offrono suggestioni in questo senso. La tragedia, la cui nascita è messa da molti studiosi in relazione con il culto di Dioniso (la cui prassi è per molti versi analoga ai riti della stregoneria) sembra trarre il suo nome dalla parola "tragos" il cui significato è... caprone. L'associazione di questo animale con i riti della fertilità, riti che sono tra i più antichi della storia antropologica e che sono da sempre considerati lo spazio della follia e del disordine per eccellenza, è continua. Un'altra composizione (di cui ci rimane un solo esempio completo) legata alla tragedia è il dramma satiresco la cui caratteristica fissa era un coro di satiri che richiamava esplicitamente al culto dionisiaco; e qual è l'aspetto dei satiri? ovviamente uomini-caproni, cioè figure che sarano ricalcate pari pari nell'iconografia demoniaca medievale: il classico diavolo con corna e zampe di capra, riconoscibile per il piede fesso, è appunto un calco del satiro. E, ovviamente, del dio Pan i cui culti sono l'apice dell'irrazionalità legata alle forze della natura (vedi il termine "panico").

Per concludere la mia consueta pezzona, consiglio sull'argomento paganesimo-culti ctonii due titoli: il libro di Massimo Centini "Le schiave di Diana" e quello di Robert Graves "La dea bianca". Ma sicuramente li avrete già letti!

Un saluto

H.


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Helwa 
Data:   29-03-04 14:16

questo è il materiale del libro che sto impaginando buona lettura....

2.C. “LE SDREGHEâ€

La quantità di dati recuperati mediante le nostre interviste sul territorio di Ascoli dimostra quanto posto occupassero le sdreghe nell’immaginario popolare e quanto vivido sia ancora il ricordo delle storie narrate un tempo dagli avi.

Qualcuno commenta: “Le sdreghe: era la paura nostra. Da soli ce facevamo le sdreghe†(Campolungo, inf. 14). E forse era vero, come era vero che molte fra le donne arse sui roghi erano vittime innocenti, o povere donne che mediante qualche droga a buon mercato, come la belladonna o l’aconito, cercavano di fuggire dalla cruda realtà quotidiana “volando†in paradisi immaginari dove, tranne usare il sale e pronunciare il nome di Gesù e di Maria, si poteva far di tutto compreso il libero amore coi giovani diavoli.

Avendo a disposizione uno spazio limitato, per evitare di ripetere cose dette da altri meglio e più diffusamente, siamo sfuggiti alla tentazione di inquadrare il fenomeno “strega†dal punto di vista della storia della stregoneria, o dal punto di vista del pensiero teologico, o da un’ottica socio-psicologica. In questa parte della nostra relazione abbiamo soltanto posto in ordine i dati aggruppandoli per argomento e riducendo al minimo l’apparato critico e comparativo. Come può vedersi, lavorandoci sopra e ampliando il campo delle interviste, c’è materiale per farne un volume a parte.

1. Come si diventa “sdregheâ€.

1. La nascita nella notte di Natale. Era credenza diffusa che se una femmina fosse nata la notte di Natale, notte sacra per la nascita del Cristo, crescendo sarebbe diventata sdrega, se maschio sarebbe divenuto un mannaro (Ginobili 1959: 32).

Un tempo in Abruzzo, a Fara Filiorum Petri, quando un bimbo, o una bimba, nasceva di venerdì (o di martedì) la levatrice doveva “mercareâ€, ossia ferire leggermente il neonato con un ago, od altro strumento, in modo che fuoriuscisse dalla ferita qualche goccia di sangue. Ciò era fatto per scongiurare che il neonato diventasse, da grande, stregone o strega poiché il venerdì è un giorno nefasto per le nascite: “lu vennardì porte mmala pianète†(Finamore 1890: 57). Ovviamente, anche in Abruzzo era diffusa la credenza che chi fosse nato nella notte del Natale da grande sarebbe stato stregone, mannaro o strega, come recitano questi due vecchi detti: “La notte de Natale, bbijate chi more e triste chi ce nasce†(Lanciano); “Chi nasce la notte de Natale, se è mmàscule è stregone o lope menare, se è ffemmen’ è strèheâ€. Anche in questo caso, per scongiurare il pauroso destino, occorreva pungere il neonato in modo da far stillare “nove làcreme de sangue†(Ortona a mare) oppure, a Teramo, si usava scottarlo con un carboncino acceso sulla collottola. A Chieti, invece, il padre s’incaricava di tracciare per tre notti di seguito con la punta di un ferro rovente una piccola croce sul piede della sua creatura altrimenti, giunta a vent’anni, divenuta strega o mannaro avrebbe maledetto il padre (Finamore 1890: 76-78).
Nell’ascolano per liberare i neonati dalle “malattie cattive e dagli spiriti maligni†vi erano delle donne che scottavano il neonato sulla nuca con la candela benedetta il giorno della Candelora. Una volta operata la scottatura, la donna chiedeva: “A che ora è nate lu frechì?†Bisognava rispondere: “Co’ l’ora bona†(Rigo di Montegallo, inf.81)

2. La recitazione della formula battesimale. Si credeva anche che se ci si fosse sbagliati nel pronunciare la formula battesimale rispondendo al sacerdote che chiedeva “Vis baptizari†“gòlo†invece di “voloâ€, se il battezzando era un neonato a 25 anni sarebbe diventato un mannaro, se una neonata sarebbe diventata una strega (Mannocchi in Petruzzi 1979: 82).

A Campolungo abbiamo documentato la sopravvivenza di una credenza simile: se i padrini, durante il battesimo, avessero sbagliato a recitare il Credo, se la loro era una figlioccia, sarebbe diventata “sdregaâ€, se un bambino “lupe manareâ€. Oltre a non sbagliare la formula del Credo, occorreva anche recitare correttamente tutte le risposte che il rituale del battesimo prevede dai padrini (inf. 25). Anche a Montemonaco, nelle nostre inchieste, abbiamo ritrovato l’uso di porre una speciale attenzione quando si recitavano le formule battesimali, ciò per evitare che i propri figliocci, in età pubere, diventassero streghe o mannari (inf. 47).

Non abbiamo documentato, nelle nostre interviste ascolane, la diffusa credenza secondo la quale si poteve diventare strega se un’altra strega, sul punto della morte, passasse il suo potere ad una neofita.

2. I punti deboli della casa: passaggi delle streghe

Il microcosmo domestico, tempio della famiglia e luogo destinato a custodire e proteggere, all’interno della salda cinta delle mura, le vite e gli affetti più sacri, presenta tuttavia dei punti deboli attraverso i quali, qualora non venissero opportunamente difesi, esseri demoniaci e forze malevole potrebbero introdursi all’interno.

Da una prospettiva di difesa magica, oltre che materiale, punti deboli della casa sono la porta o le porte; le finestre; il camino; il culmine del tetto -protetto nelle case più povere da una semplice fila di coppi che i venti sovente scompigliavano- la piccola apertura detta “gattarola†(‘attarola), praticata in basso sulla porta d’entrata di casa o della stalla per permettere la libera circolazione dei gatti domestici e finanche i pertugi delle serrature.
Attraverso queste aperture e pertugi, infatti, si credeva che esseri maligni in grado di metamorfosarsi potessero introdursi nelle stanze interne e, specialmente, nell’alcova nuziale dove, nei primissimi anni di vita, dormivano anche i bambini, vittime predilette delle streghe.
Dalla gattarola, a sua volta, potevano introdursi in casa le streghe dopo aver assunto sembianze di gatte.
Per terrore delle incursioni di spiriti nefasti, tutte le culture popolari e le culture d’interesse etnologico ricorrono a vari espedienti di tipo magico e magico-religioso per difendere i punti vulnerabili della casa, della capanna, della yurta, del teepee o dell’iglù.

In Abruzzo, ad esempio, finito di costruire la casa, al momento di disporre i coppi per coprire il culmine del tetto, si sistemava un’apposita tegola plasmata in forma di corno, oppure un coppo munito di formule di scongiuro dipinte o incise nell’argilla (Giancristofaro 1995: 324).

Tra le culture andine del Perù, specie nel dipartimento del Cuzco e di Puno, allo scopo di stornare dalla casa la folgore e i malefici, si usa porre sul culmine del tetto, oltre ad una croce (che di norma è di ferro), la statuetta in argilla di uno o due tori e una o due bottiglie contenenti la chicha, il vino di mais usato, oltre che nell’alimentazione, nelle offerte tradizionali: si tratta di un evidente sincretismo magico-religioso che, pur confidando nella virtù suprema della Croce di Cristo, non esclude la fede negli spiriti ancestrali, propiziabili mediante le offerte, e la fede nel potere apotropaico del ferro e delle corna del toro, potente strumento di difesa magica.
Scopo non diverso avevano, fra le nostre genti, le corna di toro, a volte dipinte di rosso, poste sull’architrave della porta per allontanare la fascinazione e le malie. Tornando in Abruzzo, anche i pertugi delle serrature erano un tempo accuratamente difesi introducendo in essi delle foglie di valeriana (Canziani in Giancristofaro 1995: 320).

Per quanto riguarda la protezione della porta principale della casa, anche il disco radiante, scolpito sulle architravi delle magioni rinascimentali, spesso contenente le lettere I.H.S. compendio del nome Jesus, aveva valore apotropaico ed, oltre a dichiarare la fede cristiana della famiglia, serviva a tener lontani dalla casa demoni, streghe e malie. L’uso del disco solare radiante, o di simboli equivalenti, risale ad un universo concettuale precristiano ed è interpretabile tenendo presente la dialettica che oppone la luce alla tenebra, metafora dell’eterno antagonismo fra il bene e il male.
In altre parole: come dinanzi alla vergine luce del sole che illumina il nuovo mattino streghe ed altre potenze nefaste della notte sono costrette a recedere, così pure esse vengono arrestate dal simbolo dell’astro divino scolpito sulle architravi.

Alla stessa stregua dei soli radianti scolpiti, ossia come mezzi di difesa contro le malie e il potere dell’invidia, vanno interpretati i simboli solari stilizzati, incisi un tempo sulle cassapanche nuziali abruzzesi, consistenti in otto raggi iscritti in una circonferenza.


Anche il cardo, e in specie il cardo carlino il cui unico fiore circondato a raggiera da foglie spinose ricorda esattamente la stilizzazione consueta del disco solare, era ritenuto efficace protezione contro streghe e malie. Per questa ragione, veniva un tempo esposto sulla porta d’ingresso, od era scolpito sugli stipiti o sull’architrave. “In molti paesi d’Italia -scrive Estella Canziani- è comunissimo mettere un charduse [cardo carlino: Carlina acaulis] sulla porta per tener lontane le streghe. Qui, tuttavia, tutto era intagliato sulla pietra con l’aggiunta di una faccia nel disco. Ad Aquila avevo notato molte case che avevano questo motivo del disco ed i raggi sull’arco della porta; alcuni avevano anche occhi, naso e bocca, altri erano semplicemente un cerchio ed altri ancora avevano il simbolo cristiano I.H.S. nel centro, ma questo era il solo con un accenno di foglie di cardo. Nessuno potèo volle dirmi che cosa significasse (…) Sospettai che fosse per tenere le streghe fuori della casa…†(Canziani, in Giancristofaro 1995: 320).
Un altro metodo di difesa dalle streghe e dalle malie consisteva nel tracciare o scolpire sull’architrave, o sugli stipiti della porta, frasi di cui sarebbe invano ricercare un senso compiuto dal momento che, mediante la loro semi o totale inintelligibilità, tali scritte avevano precisamente lo scopo di incuriosire e far perder tempo alle streghe, come la scopa, il sale o la sabbia posti dietro la porta. Sempre che le streghe sapessero leggere… Forse a questa categoria di mezzi apotropaici appartengono le frasi, in apparenza prive di senso compiuto, scolpite sui conci della porta di un’antica dimora a Colloto (Ascoli Piceno)

Per quanto riguarda le comparazioni, il timore nei confronti delle streghe che s’introducono in casa nottetempo per succhiare il sangue ai neonati, e le relative precauzioni prese dai parenti, sono diffusi in ogni regione. Varrà per tutte una testimonianza siciliana, desunta dal Castelli, risalente alla fine del sec. XIX: “Nociva a’ bambini sino al 49° giorno della loro nascita è la strega che in dialetto chiamasi stria e credesi che sia un gatto mostruoso, con lunga coda, in cui si trasformano gli uomini e le donne, e specialmente le vicine e le vecchie. La strega lacera e guasta i bambini, primaché siano battezzati (…) È per questa cagione, che i parenti, quando nasce un bambino, la prima notte non si addormentano per timore che sopraggiunga la strega, ed alcuni sino al battesimo, altri sino al 49° giorno dalla nascita, tengono ogni notte acceso il lume in camera, affiggono alla porta della casa l’immagine d’un santo. Vi appendono un rosario ad un tovagliolo sfrangiato, e vi mettono dietro un vaso pieno di sale ed una scopa; tanta è la paura che reca negli animi superstiziosi la strega. Questa all’entrare vedendo il rosario e la immagine del Santo, va via prestamente, e se queste cose vi mancano, e trova il sale, il tovagliolo e la scopa, deve contare tutti i granelli del primo, tutti gli stami del cerro del secondo, tutte le foglioline del cefaglione di cui la terza è formata, a fare la qualcosa non bastandole il tempo, perché deve comparire dopo la mezzanotte e nascondersi allo spuntare del giorno, va via senza aver nociuto al bambino.†(Castelli in Cocchiara 2004: 149-150)

3. Come si riconoscono le streghe

Vi è innanzitutto da dire che le sdreghe, proprio come i mannari, erano persone normali, “come tutti noi†(Castel Trosino, inf. 63; inf. 64; inf. 65). Vi è pero da dire che, nella mentalità popolare, le vecchie solitarie e misantrope, quelle che sfuggivano l’umano consorzio e i crocchi delle pettegoli in piazza o al fontanile, o alcune vecchie particolarmente brutte, o donne con qualche difetto fisico, le zoppe, come vedremo, potevano essere sdreghe. A Montemonaco era sospettata di essere strega una certa “Rosa de Funà’, brutta e sdrega†(inf. 75). Ma non solo queste, dato che i racconti narrano di fior di ragazze ritrovate tutte nude e tremanti sotto un albero, o in cantina, per essere state sorprese dalla nuova luce del dì. O di ragazze normali, come la figlia di quell’onesto ciabattino di certi racconti ascolani, la quale aveva la discutibile abitudine d’involarsi su per la cappa del camino per raggiungere le sue notturne compagne di tregenda.

Una categoria di donne demonizzate e particolarmente inclini a diventar streghe -e non solo nelle Marche- erano le suocere. Nei racconti compare spesso la figura della nonna-strega che nottetempo, magari in sembiante di gatta, si reca a succhiare il sangue del nipotino innocente. Senonchè, quasi in omaggio al proverbio “tanto va la gatta al lardo…†i racconti si chiudono col ferimento della gatta e con la suocera che viene ritrovata al mattino ferita o mutilata.
La suocera più temuta era la madre del marito: la sposa, infatti, abbandonava la casa paterna per andare a vivere a casa del proprio sposo dove la suocera, la “vergaraâ€, spesso esercitava un controllo ferreo sulle proprie nuore, oltre ad avere l’esclusivo controllo della dispensa domestica della quale portava le chiavi sotto la gonna in un’apposita tasca. Le strofe d’addio della figlia che lascia la casa paterna tratteggiano, meste, questa realtà: quando la ragazza va in sposa perde nello stesso giorno la verginità (“la palmaâ€) e la libertà:

“Quando la bella fija si marita
co’ due parole abbandona la mamma,
dice: La libertà per me è finita,
l’ultimo giorno che io porto la palma.†(Montemonaco: DCP)

Circa le credenze marchigiane sulle “sdregheâ€, scrive Luigi Mannocchi: “Le streghe (…) stanno ordinariamente nel crocicchio di una strada. È spia della loro dimora in quel posto una specie di puzzo di olio rancido o soverchiamente bollito. Però vi dimorano soltanto di notte. Chi le ha viste racconta che hanno forma di gatte o di donne microscopiche. Occorre accelerare il passo dove è noto che esse dimorino, allo scopo di non esserne assaliti. Se qualcuno vuol pigliarsi il gusto di vederle, si metta in un crocevia tenendo la testa fra le punte di una forca, della quale hanno grandissima paura. Esse passano e badano a camminare profferendo le parole: morto impiccato! E sputando per disprezzo †(Petruzzi 1979: 82).

In Abruzzo, a Chieti, invece, si diceva che per vedere la processione dei morti durante la notte di Ognissanti, occorreva mettersi ad un crocicchio col mento appoggiato ad un forcone: in tal modo potevano vedersi sfilare prima le “anime belleâ€, poi quelle degli uccisi e dei dannati. Cosa, quest’ultima, non priva di gravi pericoli perché si può morire dallo spavento (Finamore 1890: 181-182).

Un altro metodo per riconoscere una strega, continua Mannocchi, è quello di mettere, la notte di Natale, un pettine nell’acquasantiera della chiesa: “quelle che, vedendo il pettine si tireranno indietro, sono streghe†(Petruzzi 1979: 85).
La credenza ancora sopravvive nell’ascolano. L’abbiamo documentata anche noi: per conoscere se una donna del paese è sdrega, la notte alla vigilia del Natale, durante la messa di mezzanotte, bisogna mettere un pettine dentro l’acquasantiera. Finita la messa, tutti potranno uscire di chiesa tranne la sdrega la quale rimarrà intrappolata in chiesa (Castel Trosino, inf. 65).
“Come se riconosce ‘na sdrega? Lì a la chiesa si prende un pettine e si mette lì all’acquasantiera e si dice che quella non po prendere l’acqua benedetta. Allora, quella che dice «Levame ‘sto pettine!» è una sdrega sicuramente†(Corbara di Montegallo, inf. 90)

fine prima parte

:D :D :D :D :D


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Helwa 
Data:   29-03-04 14:18

inizio seconda parte...... buona lettura :D

In Abruzzo, chi avesse voluto scoprire le eventuali streghe che si celassero sotto le consuete spoglie di donne del villaggio, vestitosi da mietitore e copertosi con la cappa, doveva far finta di mietere sul sagrato della chiesa e continuare fino a che tutti fossero usciti dalla messa di mezzanotte: la donna, o le donne rimaste in chiesa avrebbero svelato la loro vera identità di streghe; a Roccaraso per impedire alle streghe di uscir di chiesa si usava piantare al suolo un coltello; ad Atri e Ortona a mare si gettavano nella pila dell’acqua santa tre spilli. Come conseguenza, la strega avrebbe chiamato l’uomo che avesse usato tali forme di scongiuro, si sarebbe dichiarata sua comare promettendo di cessare a compiere malefici o, addirittura, garantendo alla casa ed alla famiglia immunità dalle malie per sette generazioni (Finamore 1890: 77-80).
In Val d’Aosta, si credeva che per scoprire chi fra le donne presenti ad una funzione religiosa fosse strega, bastava circondare tutta la chiesa con un filo di canapa. Non con uno qualunque, però: il filo doveva essere stato filato da una ragazza vergine che usava il fuso per la prima volta in vita sua (Christillin 1970: 35).

1. Anche nell’ascolano le streghe rivelavano la loro presenza essendo tradite dal tanfo di olio rancido, componente essenziale delle malefiche unture di cui usavano cospargersi il corpo per recarsi ai sabba. A Cervara dicevano, un tempo non molto lontano, che avvertire in prossimità di qualche crocicchio (crocestrada) tanfo di olio rancido era segno che da poco in quel luogo erano passate le “sdreghe†(inf. 1).
Quando, da giovane, Clorinda andava per acqua le capitava spesso di sentire all’improvviso “una puzza tremenda d’olio cattivoâ€. La nonna le diceva: “Ecch’è passata ‘na sdrega: senti l’olio quanto puzza. S’e fermata qua, s’è repesata.†(Cervara, inf. 10)
“C’era Costantini Giacomo, noi ghi dicemo Li Nibboli (…) se ne ritornò perché aveva sentito le sdreghe: strillavano. L’ho sentite pure io. Me so’ ‘ffacciata: scì, urlavano. Era notte proprio cattiva. Il giorno dopo, c’era ‘na puzza: scì, erano state loro†(Isola San Biagio di Montemonaco, inf. 91).

“Le sdreghe s’incontravano a crocestrada [nei crocevia], si sentiva ‘na puzza d’olio! A mezzanotte passavano, s’erano onte. Tanti si mettevano ai crocestrada co’ ‘na forcina [un forcone] che si mettevano sul mento perché, se la portavi, potevi sta’ a aspettalle, così quando passavano non ti facevano niente, se no te rampicano, te se portano viè! Ce stava una ch’era cioppa, java arrete e uno je disse: «Che ti si arrabbiata! Pure sdrega jè?»†(Piano di Montegallo, inf. 104). La zoppa in questione era la ragazza del giovane contadino sospettoso che, essendo tacciato da tutti i paesani di avere per ragazza una strega, volle vedere se l’accusa rispondesse a verità. Per far ciò usò il semplicissimo mezzo tradizionale usato per svelare le streghe consistente in un forcone da fieno tenuto capovolto al suolo alla cui forca si appoggiava il mento.

Il racconto del fidanzato e della ragazza zoppa è conosciuto in tutto l’ascolano. A Castel Trosino si narra che il giovane, sospettando che la sua ragazza claudicante fosse, in realtà, una strega: un venerdì notte decide si scoprire la verità e si piazza ad un crocevia con l’idispensabile forcina sotto il mento. Ecco passare la processione delle sdreghe e, ultima delle malefiche megere, ecco avanzare zoppicando la ragazza. Il ragazzo, sorpreso, esclama: “Ma varda po’: la pora cioppetta mié va ‘rrete a tutte!†La zoppetta si gira e lo riempie di botte. La ragione? Non fu solo il fatto che era indispettita per essere stata scoperta, il problema è che “Non si può parlà’ quando stai in quelle condizioniâ€: di notte, con un forcone per collare, spiando le streghe ai crocicchi (Castel Trosino, inf. 65).

Ragionando da antropologi, all’inizio, quando ascoltavamo questi racconti, credevamo che lo sprovveduto giovane facesse l’amore con una ragazza zoppa per qualche ragione socio-economica, per interesse, insomma, o per mancanza di un partito migliore. In un secondo tempo, però, quando abbiamo udito l’amico Vittorio Marcantoni cantare i piccanti stornelli ascolani, si è insinuato in noi un dubbio ancor più prosaico dell’interesse economico: sembra che, almeno tra i contadini di un tempo, le donne zoppe fossero molto quotate dal punto di vista godereccio, quello che i colti chiamano erotico:

“J’ vogghie fa’ l’amore che la cioppa
quanne cammina tèrteca la chiappa.â€

“Tèrteca la chiappa: ancheggia facendo ondulare i glutei… ma c’è di peggio:

“Chi n’è prevate chella de la cioppa
nen sa de che sapore tè la toppa.â€

Insomma: “de gustibus non est disputandumâ€, come avverte il saggio, vecchio adagio latino…

2. Molto usato era il metodo del forcone da fieno, il bidente di legno, o “forcinaâ€. Chi, specie di venerdì, si fosse appostato nottetempo ad un crocicchio avendo la precauzione di poggiare il mento al forcone, avrebbe potuto veder passare le streghe. Ciò, oltre a permettergli di riconoscere quali delle donne del paese fossero “sdregheâ€, gli avrebbe offerto una valida difesa nei confronti delle medesime. Le streghe, certo, non erano liete d’essere state scoperte: gridavano, maledicevano, ingiuriavano e sputavano verso l’importuno curioso ma, trattenute dal potere del forcone, non potevano far di più e neppure avvicinarsi più di tanto (Mozzano, inf. 12). In ogni modo, il minimo che poteva capitare era sentirsi dire dalla strega: “Puozz’ merì’ ‘mpiccate!†(Castel Trosino, inf. 24).

A questo proposito, a Cervara, raccontano che: “Un ragazzo facea l’amore in questo paesetto qua sotto [Colloto]. La gente del paese dice «Guarda, la ragazza tua va via co’ le stree.» Lui ‘n ce volea crede’: «Allora tu, ‘nvece de venì’ al sabbato là a la casa, tu devi venì’ il venerdì. Te devi presentà’ il venerdì perché queste partono il venerdì.» Allora gghie disse ‘na commare sua: «Se vuoi esse’ sicuro, mettete qui a la crociatora (…) pija la forcina, mettela qua sotto [sotto il mento] e tu po’ vedè’ quanno passa la ragazza tua.» E difatti quanno ch’è passata essa pure [il ragazzo] c’avea la forcina qua. Quann’è ‘rrevata je disse: «M’hai scoperto, hai fatto, hai fatto e poi m’hai scoperta!» e po’ gghi’ ha tirato ‘no sputacchio†(inf. 1). Si tramanda ancora il nome della giovane strega di Colloto: Livia. Una ragazza senza difetti fisici, non zoppa insomma. Ma dovremo ancora parlare di lei.

Alla nostra domanda: Dove andavano le streghe nelle loro scorribande notturne? Clorinda risponde senza esitare: “A la montagna del Vettore: là era proprio il ricevimento de le sdreghe. Là abballavano, se divertivano. Poi se ritiravano là sotto ‘l Vettore, ché ce sta ‘na grande grottaâ€. La celebre grotta dell’incantatrice Alcina, la Sibilla. Ma quella grotta, in cui non c’erano streghe ma fate, non sta “sotto al Vettoreâ€. Forse Clorinda non lo ricorda. O non ce lo vuol dire…

Alcuni dicono che, oltre la notte del venerdì, anche quella del martedì era adatta per scoprire le streghe (Campolungo, inf. 14).

3. La presenza delle streghe, inoltre, era rivelata da alcuni segni tipici: quando, ad esempio, si apriva al mattino la porta della stalla per accudire gli animali, se capitava di trovare le vacche tutte sudate e che sbuffavano infuriate, era segno che erano state cavalcate nottetempo dalle streghe (Piano, inf. 104). Altre volte, le streghe s’impossessavano dei cavalli che sfinivano in interminabili e furiose cavalcate notturne lasciandoli mezzo tramortiti e con la criniera tutta annodata in accurate treccette.
Varie persone, nelle nostre interviste, asseriscono di aver visto le streghe cavalcare di notte per i campi solitari: “Quest’è successo non tanto tempo pure a me che c’avea ‘na cavalla: questa cavalla, la matina, sempre sudata, sudata. Come mai ‘sta cavalla sempre sudata? ‘Na matina devì’ i’ in Ascoli, allora so’ andata prima del previsto: quando so’ andata a oprì’ [la stalla] stava per terra, moriva proprio. So’ ita lì a la casa a chiamà’ ‘l vetrinaio (veterinario) (…) quando l’ho presa pe’ falla alzà’, c’avea la criniera tutte fettuccine fatte come quando se fa’ i capelli: tutte treccine (…) Difatti, quand’è ‘rrivato il vetrinaio disse: «Non è niente, non è niente, metteteje ‘na coperta su sopre che je po venì’ la polmonita ché sta sudata tanto. È molto stanca, n’è malata.» L’avea’ portata via le sdreghe (…) ‘na giornata c’è voluta pe’ sfettuccialle.†(Cervara, inf. 10)
In un’altra occasione, le pecore di Clorinda, a sua insaputa, furono fatte uscire nottetempo dalla stalla. Vennero ritrovate, il mattino seguente, nell’orto piantato a fagioli senza che ne avessero brucato una sola foglia.
Colpisce anche noi, antropologi di professione adusi ad una varietà di abitudini e latitudini, la naturalità con cui la nostra informatrice spiega il fatto: erano state le sdreghe che, a quanto pare, trovavano di loro gusto i paraggi di Cervara.

Ma, come potevano, le streghe, aprire i chiavistelli delle stalle anche quando le porte fossero state chiuse con le robuste chiavi d’un tempo? Non era necessario, per la “sdregaâ€, aprire acuna porta poiché il suo potere era in grado di far uscire dalla finestrella della stalla anche vacche e cavalli, perfino quando la finestrella fosse chiusa. A questo riguardo, la tradizione popolare asserisce che non si trattava del corpo dell’animale ma di una sua forma immateriale cui i nostri informatori oggi non sanno più dare un nome. Una forma che noi, antropologi, siamo autorizzati ad identificare col doppio animico, od “ombraâ€.
Crocioni, dal canto suo, agli inizi degli anni cinquanta documenta il nome di “meriggiaâ€. Le streghe: “incantano le bestie, asportano cavalle, lasciando al loro posto la meriggia, cioè il corpo aereo, facendole passare, se le porte siano chiuse, per le finestre o i buchi delle serrature, riconducendole, al mattino, affaticate, sudate, sfinite, con i crini delle code intrecciati, di assai laborioso districamento†(Crocioni 1951: 130).

“Le sdreghe prendevano le bestie su pe’ le stalle: le facié comparì’ che ancora era lì, pero le bestie non c’era, stava via†(Castel Trosino, inf. 24)
Potevano streghe in carne ed ossa, magari con le robuste fattezze delle matrone di un tempo, cavalcare apparenze fantasmatiche di animali? Il ceto rurale è forse ingenuo, ma mai stupido: anche in questo caso le interviste permettono di ricostruire la diffusa credenza secondo cui si trattava degli spiriti delle streghe le quali, peraltro, s’introducevano nelle stalle usando proprio questa forma immateriale.

In altri casi, invece, il rebus si complica poiché si crede anche che le streghe portassero via proprio le bestie lasciando al loro posto un’apparenza fantasmatica: una “ombraâ€: “l’ombra vedevano lì la stalla†mentre la bestia, in questo caso una cavalla, veniva ritrovata al mattino tutta sudata e sfinita. Ciò accadeva, ad esempio, ad Offida (inf. 58).

A Castel Trosino si racconta del padrone di un cavallo che, prima dell’alba, mentre si preparava a sellarlo, accingendosi a sistemargli la sella in groppa, questa gli cadde sui piedi. Il cavallo che egli aveva dinanzi era solo un’apparenza fantasmatica: “solo l’ombra era rimastaâ€. Il destriero l’avevano prelevato le streghe per le loro cavalcate notturne (inf. 65).

4. In alcuni luoghi, nottetempo, le streghe s’adunano sulle sponde dei ruscelli a lavare panni ed è pericoloso, per il viandante solitario, imbattersi in queste lavandaie notturne: è quanto successe al padre di una nostra anziana informatrice il quale si trovava a passare nei pressi di un corso d’acqua accompagnato dal suo cane. L’uomo, rivolto alla lavandaia, disse: “È fresca, bella fantè’?†e l’inquetante “fantella†rispose: “Se lu cagnolino non portassi, te lo farei vedere io se fresca fosse!â€. La nostra informatrice aggiunge, a mo’ di commento: “Avevano il cane: allora le streghe col cagnolino non si avvicinavano†(Piano di Montegallo, inf. 104). Il tema delle lavandaie stregoniche è diffuso anche nel folklore di Galizia dove misteriose “lavanderas†stregano i notturni passanti e, dalla Galizia, è passato al Perù dove l’abbiamo puntualmente ritrovato nel folklore andino: un nostro amico, sciamano, quand’era ancora un ragazzo si trovò a passare su un asino in una notte di plenilunio nei pressi di un ponte. In basso, sul greto del fiume, vide una donna che lavava i panni. Un po’ per cortesia, un po’ per timore la salutò. Questa alzò il braccio e gi disse: “Cadi! Su, cadi!†Ramón cadde come peso morto giù dall’asino. Più che dal colpo restò frastornato dalla paura e “perse l’ombraâ€. Si ammalò gravemente e dovette essere curato dagli sciamani.

5. A qualcuno, come alla nostra informatrice, è successo di sentire, durante la notte, echi lontani di feste. Clorinda, assieme ad una sua compagna, si recava nottetempo al mulino ad acqua per far macinare un po’ di grano e granturco. Giunte alla parte alta di Cervara, le due ragazze sentirono suoni di strumenti, canti, grida, voci di gente al ballo. In un primo momento pensarono, non senza un pizzico d’invidia, a qualche allegra brigata che festeggiasse la dolce serata primaverile. Approssimatesi al luogo: più nulla. Regnava, profondo, il silenzio della notte: “Quanne séme ‘rrevate lì, non c’era niente: sparito tuttoâ€. Allora la compagna di Clorinda esclamò: “Beh, ‘n te ‘mpressionà’, lo vedi che fa’? Quelle so’ le sdreghe!†(Cervara, inf. 10) Già, perché impressionarsi? un tempo le streghe facevano parte della vita quotidiana, erano incluse nei confini del mondo conosciuto. Del resto, a maggio, sotto i cespi di rose non serpeggia forse la vipera?

6. Recandosi a mietere quand’era ancora notte, ai contadini accadeva talvolta di sentire, tra i rami di grandi alberi, un rumore come di terremoto, simile a un furibondo sbattere di innumerevoli ali: erano le sdreghe che, come uccelli maligni, s’adunavano fra i rami. Tracciando il segno di croce, il rumore scompariva d’un tratto (Cervara, inf. 10). Anche se la paura restava molto più a lungo.

7. Quando in casa accadevano insolite disgrazie, o nelle proprie faccende ci si scontrava con inaspettate difficoltà, o qualcuno dei “frechì†deperiva, si sospettava l’intervento di qualche “sdregaâ€. Per svelarne l’identità, si usava pronunciare questa formula: “Demà’ puozze venì’ pe’ lu saleâ€. Il giorno seguente una donna sarebbe venuta a bussare all’uscio di casa per chiedere un po’ di sale. Quando ciò avveniva, oltre a riconoscere chi fosse la strega, si poteva aiutarla pungendola all’improvviso con uno spillone di ferro in qualche parte del corpo: la fuoriuscita anche di una sola minuscola goccia di sangue avrebbe spezzato la “sdregheriaâ€, vanificato il potere della strega (Piano di Montegallo: inf. 104).

8. Una vicina di casa della nostra informatrice, di notte, udiva grida forsennate provenire dalla stalla la quale, com’era solito nelle antiche dimore rurali, era posta sotto la camera da letto. Quando la donna, al mattino, si recava ad aprire la stalla trovava sul fieno ciuffi di capelli (Offida, inf. 58). Ci si sentirebbe portati a pensare a scaramucce notturne di gatti in amore che, spesso, emettono lamenti umanoidi e nelle loro zuffe furibonde si svellono a zampate ciuffi di pelo… Macchè: la nostra amica non nutre dubbi e ci azzitisce subito: “Erano le sdregheâ€.

Nella Valle d’Aosta i pastori credevano che, specie durante le tempeste, le stalle fossero assalite dai folletti i quali rubavano il latte alle mucche, o le rapivano e le portavano lontano sui pascoli alpini per riportarle indietro dopo alcuni giorni, smunte e sfinite.
Anche lassù le streghe potevano, nottetempo, rubare il latte alle vacche. Quando ciò accadeva, si accendeva un fuoco con la legna trasportata dai torrenti e abbandonata sul loro greto, detta bois pauvre (“legna poveraâ€) e sulla fiamma si arroventavano le catene usate per legare le mucche alla mangiatoia. Quando il ferro era al rosso vivo, si battevano le catene con una verga di legno di ginepro che sia “vergineâ€, cioè mai usata per altri scopi. Le battiture si trasferivano al corpo della strega la quale era costretta ad accorrere sul luogo e a chiedere perdono delle sue malefatte (Christillin 1970: 34).

In tutta Italia, a quanto sembra, le streghe o i notturni folletti si divertono ad intrecciare, per gioco o per dispetto, le criniere dei cavalli o i peli delle code del bestiame: in Friuli, nella Carnia, abbiamo documentato questa credenza: “I contadini trovano tutti pieni di nodi i peli della coda delle mucche, cavalli no perché qui non ne abbiamo, ma sulla coda delle mucche sì, ancora adesso. E allora lì vuol dire che entrata la strega a fare questi malefici. Questo nelle stalle, ma non mi ricordo le cose che si trovavano nei letti, grops: nodi. Sono le donne

spero vi possa andare bene....
io ci ho messo una settimana è mezzo per impaginarlo e l'ho imparato a memoria

:D :D :D :D :D :D :D


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Hamelin 
Data:   29-03-04 16:15

Grazie, cuginetta, è molto interessante!


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Mellwen 
Data:   30-03-04 10:24

HELWA TI ADORO!!!!!!!!!
:D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :D :bryo10) :bryo10) :bryo10) :bryo10) :bryo10) :bryo10) :bryo10) :bryo10)


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: cecily 
Data:   30-03-04 13:07

sull origine e la degenerazione del simbolo delle corna ke inizialmente da simbolo divino n


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: cecily 
Data:   30-03-04 13:11

ho sbagliato mi è partito l invio:D cmq in 4 parole concordo con hemili ottima illustrazione anke io avevo letto cose simili ma mo devo scappare vi risparmio ke fortuna:D


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: Hamelin 
Data:   30-03-04 14:24

hemili :l ?
:bryo3) scherzo!


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: SirAttila 
Data:   02-04-04 17:57

PER LE CORNA: vedi Pan e Cernunnos

divinità (rispettivamente greca e celtica) che per il loro evidente legame con il monod naturale e ancestrale della natura (le corna che inoltre sono simbolo fallico rievocante lussuria) e delgi antichi dei furono i candidati ideali per rappresentare una personificazione del male secondo i primi cristiani e per scoraggiare il paganesimo.


 Re: Xk le streghe sn associate alle corna?
Autore: shamanGHIANDA NC 
Data:   05-04-04 18:44

alla fine ogni cultura ha in qualche modo delle parti animali aggiunte ai propri dei-semidei...... ! ogni cultura ha i suoi animali! (persino gli angeli hanno ali da uccello!!!) ... che bello che avete detto tutte cose!
speriamo serva di esempio a chi crede in inutili superstizioni!!!


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