Autore: Helwa
Data: 29-03-04 14:18
inizio seconda parte...... buona lettura
In Abruzzo, chi avesse voluto scoprire le eventuali streghe che si celassero sotto le consuete spoglie di donne del villaggio, vestitosi da mietitore e copertosi con la cappa, doveva far finta di mietere sul sagrato della chiesa e continuare fino a che tutti fossero usciti dalla messa di mezzanotte: la donna, o le donne rimaste in chiesa avrebbero svelato la loro vera identità di streghe; a Roccaraso per impedire alle streghe di uscir di chiesa si usava piantare al suolo un coltello; ad Atri e Ortona a mare si gettavano nella pila dell’acqua santa tre spilli. Come conseguenza, la strega avrebbe chiamato l’uomo che avesse usato tali forme di scongiuro, si sarebbe dichiarata sua comare promettendo di cessare a compiere malefici o, addirittura, garantendo alla casa ed alla famiglia immunità dalle malie per sette generazioni (Finamore 1890: 77-80).
In Val d’Aosta, si credeva che per scoprire chi fra le donne presenti ad una funzione religiosa fosse strega, bastava circondare tutta la chiesa con un filo di canapa. Non con uno qualunque, però: il filo doveva essere stato filato da una ragazza vergine che usava il fuso per la prima volta in vita sua (Christillin 1970: 35).
1. Anche nell’ascolano le streghe rivelavano la loro presenza essendo tradite dal tanfo di olio rancido, componente essenziale delle malefiche unture di cui usavano cospargersi il corpo per recarsi ai sabba. A Cervara dicevano, un tempo non molto lontano, che avvertire in prossimità di qualche crocicchio (crocestrada) tanfo di olio rancido era segno che da poco in quel luogo erano passate le “sdreghe†(inf. 1).
Quando, da giovane, Clorinda andava per acqua le capitava spesso di sentire all’improvviso “una puzza tremenda d’olio cattivoâ€. La nonna le diceva: “Ecch’è passata ‘na sdrega: senti l’olio quanto puzza. S’e fermata qua, s’è repesata.†(Cervara, inf. 10)
“C’era Costantini Giacomo, noi ghi dicemo Li Nibboli (…) se ne ritornò perché aveva sentito le sdreghe: strillavano. L’ho sentite pure io. Me so’ ‘ffacciata: scì, urlavano. Era notte proprio cattiva. Il giorno dopo, c’era ‘na puzza: scì, erano state loro†(Isola San Biagio di Montemonaco, inf. 91).
“Le sdreghe s’incontravano a crocestrada [nei crocevia], si sentiva ‘na puzza d’olio! A mezzanotte passavano, s’erano onte. Tanti si mettevano ai crocestrada co’ ‘na forcina [un forcone] che si mettevano sul mento perché, se la portavi, potevi sta’ a aspettalle, così quando passavano non ti facevano niente, se no te rampicano, te se portano viè! Ce stava una ch’era cioppa, java arrete e uno je disse: «Che ti si arrabbiata! Pure sdrega jè?»†(Piano di Montegallo, inf. 104). La zoppa in questione era la ragazza del giovane contadino sospettoso che, essendo tacciato da tutti i paesani di avere per ragazza una strega, volle vedere se l’accusa rispondesse a verità . Per far ciò usò il semplicissimo mezzo tradizionale usato per svelare le streghe consistente in un forcone da fieno tenuto capovolto al suolo alla cui forca si appoggiava il mento.
Il racconto del fidanzato e della ragazza zoppa è conosciuto in tutto l’ascolano. A Castel Trosino si narra che il giovane, sospettando che la sua ragazza claudicante fosse, in realtà , una strega: un venerdì notte decide si scoprire la verità e si piazza ad un crocevia con l’idispensabile forcina sotto il mento. Ecco passare la processione delle sdreghe e, ultima delle malefiche megere, ecco avanzare zoppicando la ragazza. Il ragazzo, sorpreso, esclama: “Ma varda po’: la pora cioppetta mié va ‘rrete a tutte!†La zoppetta si gira e lo riempie di botte. La ragione? Non fu solo il fatto che era indispettita per essere stata scoperta, il problema è che “Non si può parlà ’ quando stai in quelle condizioniâ€: di notte, con un forcone per collare, spiando le streghe ai crocicchi (Castel Trosino, inf. 65).
Ragionando da antropologi, all’inizio, quando ascoltavamo questi racconti, credevamo che lo sprovveduto giovane facesse l’amore con una ragazza zoppa per qualche ragione socio-economica, per interesse, insomma, o per mancanza di un partito migliore. In un secondo tempo, però, quando abbiamo udito l’amico Vittorio Marcantoni cantare i piccanti stornelli ascolani, si è insinuato in noi un dubbio ancor più prosaico dell’interesse economico: sembra che, almeno tra i contadini di un tempo, le donne zoppe fossero molto quotate dal punto di vista godereccio, quello che i colti chiamano erotico:
“J’ vogghie fa’ l’amore che la cioppa
quanne cammina tèrteca la chiappa.â€
“Tèrteca la chiappa: ancheggia facendo ondulare i glutei… ma c’è di peggio:
“Chi n’è prevate chella de la cioppa
nen sa de che sapore tè la toppa.â€
Insomma: “de gustibus non est disputandumâ€, come avverte il saggio, vecchio adagio latino…
2. Molto usato era il metodo del forcone da fieno, il bidente di legno, o “forcinaâ€. Chi, specie di venerdì, si fosse appostato nottetempo ad un crocicchio avendo la precauzione di poggiare il mento al forcone, avrebbe potuto veder passare le streghe. Ciò, oltre a permettergli di riconoscere quali delle donne del paese fossero “sdregheâ€, gli avrebbe offerto una valida difesa nei confronti delle medesime. Le streghe, certo, non erano liete d’essere state scoperte: gridavano, maledicevano, ingiuriavano e sputavano verso l’importuno curioso ma, trattenute dal potere del forcone, non potevano far di più e neppure avvicinarsi più di tanto (Mozzano, inf. 12). In ogni modo, il minimo che poteva capitare era sentirsi dire dalla strega: “Puozz’ merì’ ‘mpiccate!†(Castel Trosino, inf. 24).
A questo proposito, a Cervara, raccontano che: “Un ragazzo facea l’amore in questo paesetto qua sotto [Colloto]. La gente del paese dice «Guarda, la ragazza tua va via co’ le stree.» Lui ‘n ce volea crede’: «Allora tu, ‘nvece de venì’ al sabbato là a la casa, tu devi venì’ il venerdì. Te devi presentà ’ il venerdì perché queste partono il venerdì.» Allora gghie disse ‘na commare sua: «Se vuoi esse’ sicuro, mettete qui a la crociatora (…) pija la forcina, mettela qua sotto [sotto il mento] e tu po’ vedè’ quanno passa la ragazza tua.» E difatti quanno ch’è passata essa pure [il ragazzo] c’avea la forcina qua. Quann’è ‘rrevata je disse: «M’hai scoperto, hai fatto, hai fatto e poi m’hai scoperta!» e po’ gghi’ ha tirato ‘no sputacchio†(inf. 1). Si tramanda ancora il nome della giovane strega di Colloto: Livia. Una ragazza senza difetti fisici, non zoppa insomma. Ma dovremo ancora parlare di lei.
Alla nostra domanda: Dove andavano le streghe nelle loro scorribande notturne? Clorinda risponde senza esitare: “A la montagna del Vettore: là era proprio il ricevimento de le sdreghe. Là abballavano, se divertivano. Poi se ritiravano là sotto ‘l Vettore, ché ce sta ‘na grande grottaâ€. La celebre grotta dell’incantatrice Alcina, la Sibilla. Ma quella grotta, in cui non c’erano streghe ma fate, non sta “sotto al Vettoreâ€. Forse Clorinda non lo ricorda. O non ce lo vuol dire…
Alcuni dicono che, oltre la notte del venerdì, anche quella del martedì era adatta per scoprire le streghe (Campolungo, inf. 14).
3. La presenza delle streghe, inoltre, era rivelata da alcuni segni tipici: quando, ad esempio, si apriva al mattino la porta della stalla per accudire gli animali, se capitava di trovare le vacche tutte sudate e che sbuffavano infuriate, era segno che erano state cavalcate nottetempo dalle streghe (Piano, inf. 104). Altre volte, le streghe s’impossessavano dei cavalli che sfinivano in interminabili e furiose cavalcate notturne lasciandoli mezzo tramortiti e con la criniera tutta annodata in accurate treccette.
Varie persone, nelle nostre interviste, asseriscono di aver visto le streghe cavalcare di notte per i campi solitari: “Quest’è successo non tanto tempo pure a me che c’avea ‘na cavalla: questa cavalla, la matina, sempre sudata, sudata. Come mai ‘sta cavalla sempre sudata? ‘Na matina devì’ i’ in Ascoli, allora so’ andata prima del previsto: quando so’ andata a oprì’ [la stalla] stava per terra, moriva proprio. So’ ita lì a la casa a chiamà ’ ‘l vetrinaio (veterinario) (…) quando l’ho presa pe’ falla alzà ’, c’avea la criniera tutte fettuccine fatte come quando se fa’ i capelli: tutte treccine (…) Difatti, quand’è ‘rrivato il vetrinaio disse: «Non è niente, non è niente, metteteje ‘na coperta su sopre che je po venì’ la polmonita ché sta sudata tanto. È molto stanca, n’è malata.» L’avea’ portata via le sdreghe (…) ‘na giornata c’è voluta pe’ sfettuccialle.†(Cervara, inf. 10)
In un’altra occasione, le pecore di Clorinda, a sua insaputa, furono fatte uscire nottetempo dalla stalla. Vennero ritrovate, il mattino seguente, nell’orto piantato a fagioli senza che ne avessero brucato una sola foglia.
Colpisce anche noi, antropologi di professione adusi ad una varietà di abitudini e latitudini, la naturalità con cui la nostra informatrice spiega il fatto: erano state le sdreghe che, a quanto pare, trovavano di loro gusto i paraggi di Cervara.
Ma, come potevano, le streghe, aprire i chiavistelli delle stalle anche quando le porte fossero state chiuse con le robuste chiavi d’un tempo? Non era necessario, per la “sdregaâ€, aprire acuna porta poiché il suo potere era in grado di far uscire dalla finestrella della stalla anche vacche e cavalli, perfino quando la finestrella fosse chiusa. A questo riguardo, la tradizione popolare asserisce che non si trattava del corpo dell’animale ma di una sua forma immateriale cui i nostri informatori oggi non sanno più dare un nome. Una forma che noi, antropologi, siamo autorizzati ad identificare col doppio animico, od “ombraâ€.
Crocioni, dal canto suo, agli inizi degli anni cinquanta documenta il nome di “meriggiaâ€. Le streghe: “incantano le bestie, asportano cavalle, lasciando al loro posto la meriggia, cioè il corpo aereo, facendole passare, se le porte siano chiuse, per le finestre o i buchi delle serrature, riconducendole, al mattino, affaticate, sudate, sfinite, con i crini delle code intrecciati, di assai laborioso districamento†(Crocioni 1951: 130).
“Le sdreghe prendevano le bestie su pe’ le stalle: le facié comparì’ che ancora era lì, pero le bestie non c’era, stava via†(Castel Trosino, inf. 24)
Potevano streghe in carne ed ossa, magari con le robuste fattezze delle matrone di un tempo, cavalcare apparenze fantasmatiche di animali? Il ceto rurale è forse ingenuo, ma mai stupido: anche in questo caso le interviste permettono di ricostruire la diffusa credenza secondo cui si trattava degli spiriti delle streghe le quali, peraltro, s’introducevano nelle stalle usando proprio questa forma immateriale.
In altri casi, invece, il rebus si complica poiché si crede anche che le streghe portassero via proprio le bestie lasciando al loro posto un’apparenza fantasmatica: una “ombraâ€: “l’ombra vedevano lì la stalla†mentre la bestia, in questo caso una cavalla, veniva ritrovata al mattino tutta sudata e sfinita. Ciò accadeva, ad esempio, ad Offida (inf. 5 .
A Castel Trosino si racconta del padrone di un cavallo che, prima dell’alba, mentre si preparava a sellarlo, accingendosi a sistemargli la sella in groppa, questa gli cadde sui piedi. Il cavallo che egli aveva dinanzi era solo un’apparenza fantasmatica: “solo l’ombra era rimastaâ€. Il destriero l’avevano prelevato le streghe per le loro cavalcate notturne (inf. 65).
4. In alcuni luoghi, nottetempo, le streghe s’adunano sulle sponde dei ruscelli a lavare panni ed è pericoloso, per il viandante solitario, imbattersi in queste lavandaie notturne: è quanto successe al padre di una nostra anziana informatrice il quale si trovava a passare nei pressi di un corso d’acqua accompagnato dal suo cane. L’uomo, rivolto alla lavandaia, disse: “È fresca, bella fantè’?†e l’inquetante “fantella†rispose: “Se lu cagnolino non portassi, te lo farei vedere io se fresca fosse!â€. La nostra informatrice aggiunge, a mo’ di commento: “Avevano il cane: allora le streghe col cagnolino non si avvicinavano†(Piano di Montegallo, inf. 104). Il tema delle lavandaie stregoniche è diffuso anche nel folklore di Galizia dove misteriose “lavanderas†stregano i notturni passanti e, dalla Galizia, è passato al Perù dove l’abbiamo puntualmente ritrovato nel folklore andino: un nostro amico, sciamano, quand’era ancora un ragazzo si trovò a passare su un asino in una notte di plenilunio nei pressi di un ponte. In basso, sul greto del fiume, vide una donna che lavava i panni. Un po’ per cortesia, un po’ per timore la salutò. Questa alzò il braccio e gi disse: “Cadi! Su, cadi!†Ramón cadde come peso morto giù dall’asino. Più che dal colpo restò frastornato dalla paura e “perse l’ombraâ€. Si ammalò gravemente e dovette essere curato dagli sciamani.
5. A qualcuno, come alla nostra informatrice, è successo di sentire, durante la notte, echi lontani di feste. Clorinda, assieme ad una sua compagna, si recava nottetempo al mulino ad acqua per far macinare un po’ di grano e granturco. Giunte alla parte alta di Cervara, le due ragazze sentirono suoni di strumenti, canti, grida, voci di gente al ballo. In un primo momento pensarono, non senza un pizzico d’invidia, a qualche allegra brigata che festeggiasse la dolce serata primaverile. Approssimatesi al luogo: più nulla. Regnava, profondo, il silenzio della notte: “Quanne séme ‘rrevate lì, non c’era niente: sparito tuttoâ€. Allora la compagna di Clorinda esclamò: “Beh, ‘n te ‘mpressionà ’, lo vedi che fa’? Quelle so’ le sdreghe!†(Cervara, inf. 10) Già , perché impressionarsi? un tempo le streghe facevano parte della vita quotidiana, erano incluse nei confini del mondo conosciuto. Del resto, a maggio, sotto i cespi di rose non serpeggia forse la vipera?
6. Recandosi a mietere quand’era ancora notte, ai contadini accadeva talvolta di sentire, tra i rami di grandi alberi, un rumore come di terremoto, simile a un furibondo sbattere di innumerevoli ali: erano le sdreghe che, come uccelli maligni, s’adunavano fra i rami. Tracciando il segno di croce, il rumore scompariva d’un tratto (Cervara, inf. 10). Anche se la paura restava molto più a lungo.
7. Quando in casa accadevano insolite disgrazie, o nelle proprie faccende ci si scontrava con inaspettate difficoltà , o qualcuno dei “frechì†deperiva, si sospettava l’intervento di qualche “sdregaâ€. Per svelarne l’identità , si usava pronunciare questa formula: “Demà ’ puozze venì’ pe’ lu saleâ€. Il giorno seguente una donna sarebbe venuta a bussare all’uscio di casa per chiedere un po’ di sale. Quando ciò avveniva, oltre a riconoscere chi fosse la strega, si poteva aiutarla pungendola all’improvviso con uno spillone di ferro in qualche parte del corpo: la fuoriuscita anche di una sola minuscola goccia di sangue avrebbe spezzato la “sdregheriaâ€, vanificato il potere della strega (Piano di Montegallo: inf. 104).
8. Una vicina di casa della nostra informatrice, di notte, udiva grida forsennate provenire dalla stalla la quale, com’era solito nelle antiche dimore rurali, era posta sotto la camera da letto. Quando la donna, al mattino, si recava ad aprire la stalla trovava sul fieno ciuffi di capelli (Offida, inf. 5 . Ci si sentirebbe portati a pensare a scaramucce notturne di gatti in amore che, spesso, emettono lamenti umanoidi e nelle loro zuffe furibonde si svellono a zampate ciuffi di pelo… Macchè: la nostra amica non nutre dubbi e ci azzitisce subito: “Erano le sdregheâ€.
Nella Valle d’Aosta i pastori credevano che, specie durante le tempeste, le stalle fossero assalite dai folletti i quali rubavano il latte alle mucche, o le rapivano e le portavano lontano sui pascoli alpini per riportarle indietro dopo alcuni giorni, smunte e sfinite.
Anche lassù le streghe potevano, nottetempo, rubare il latte alle vacche. Quando ciò accadeva, si accendeva un fuoco con la legna trasportata dai torrenti e abbandonata sul loro greto, detta bois pauvre (“legna poveraâ€) e sulla fiamma si arroventavano le catene usate per legare le mucche alla mangiatoia. Quando il ferro era al rosso vivo, si battevano le catene con una verga di legno di ginepro che sia “vergineâ€, cioè mai usata per altri scopi. Le battiture si trasferivano al corpo della strega la quale era costretta ad accorrere sul luogo e a chiedere perdono delle sue malefatte (Christillin 1970: 34).
In tutta Italia, a quanto sembra, le streghe o i notturni folletti si divertono ad intrecciare, per gioco o per dispetto, le criniere dei cavalli o i peli delle code del bestiame: in Friuli, nella Carnia, abbiamo documentato questa credenza: “I contadini trovano tutti pieni di nodi i peli della coda delle mucche, cavalli no perché qui non ne abbiamo, ma sulla coda delle mucche sì, ancora adesso. E allora lì vuol dire che entrata la strega a fare questi malefici. Questo nelle stalle, ma non mi ricordo le cose che si trovavano nei letti, grops: nodi. Sono le donne
spero vi possa andare bene....
io ci ho messo una settimana è mezzo per impaginarlo e l'ho imparato a memoria

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